OTIUM E cONTEMPLATIO MORTIS 

LA MORTE CI FA VIVI

Pandemia, lockdown e vaccino hanno generato
due visioni contrapposte sul senso della vita

 

ANDRA' TUTTO BENE


Desideravo da tempo condividere con una platea più ampia alcune mie riflessioni sul come si è vissuta l’esperienza pandemica e cosa ha portato ad una abdicazione del senso critico in gran parte dei nostri concittadini. 

Per questo è necessario che io faccia un excursus sui fatti che abbiamo vissuto, focalizzando alcuni aspetti da me considerati: senza la presunzione di voler essere una perfetta analisi di quanto accaduto, condivido semplicemente un mio punto di vista.

Ricordiamo i primi giorni di lockdown, quando giravano sui social i video di artisti che suonavano dai balconi dei palazzi e i genitori affiggevano alle finestre i disegni dei bimbi con la scritta "Andrà tutto bene". 

Solo pochi mesi prima, i video cinesi in cui i cittadini urlavano dalle loro finestre "Forza Wuhan" e le loro voci rimbombavano nella città spettrale ci erano sembrate una situazione surreale che non avremmo mai subìto in prima persona e che molti osservavano con morboso voyeurismo e non con una vera vicinanza.

In quelle settimane "illustri" virologi sostenevano sulle tv di stato che il virus non sarebbe mai arrivato; con i primi casi dello Spallanzani si era certi che tutto era comunque sotto controllo: i politici invitavano i cittadini agli aperitivi e qualche sindaco promuoveva ameni spot di metropoli inarrestabili davanti a qualsiasi cataclisma. 

Solo i primi casi di Codogno cominciarono a generare qualche inquietudine.

CANTA CHE TI PASSA


Era il 23 febbraio e i supermercati furono presi d'assalto; la gente sembrava impazzita, i carrelli erano traboccanti di pasta, sughi, tonno, caffè, zucchero e acqua. Mi guardavo intorno attonita: il reparto ortofrutta era svuotato. Un’anziana signora, ugualmente allibita, indovinando quello che mi passava per la testa, mi rivolse poche semplici parole: "Manco stesse scoppiando la guerra…": per molti mesi fu quello l’ultimo barlume di lucidità con cui ebbi a confrontarmi.

Avevo visto qualcosa di simile solo nel 1990 all'indomani dello scoppio della Guerra del Golfo e sono convinta che in quel febbraio di 30 anni dopo molti avessero più paura di rimanere con lo stomaco vuoto per ipotetiche interruzioni delle catene di approvvigionamento che essere contagiati dal virus.

Passarono i giorni e quando girò - forse volutamente - la bozza che preludeva la zona rossa in tutta la Lombardia, il panico serpeggiò e i treni della Stazione Centrale di Milano furono presi d'assalto da coloro che preferivano tornare dalla famiglia prima di trovarsi chiusi in casa come i cinesi, in milanesissimi monolocali da 30 mq o appartamenti, senza balconi da cui potersi affacciare e magari in totale solitudine.

In poche ore l'Italia diventava una seconda Wuhan, e certo si provava dello smarrimento, ma probabilmente eravamo tutti convinti che ne saremmo usciti in pochi giorni. 

Sembrava ci fosse un sottile piacere ad essere osservati da tutto il mondo in quella situazione di confinamento come era successo ai cinesi poco tempo prima, come in una sorta di borioso vittimismo dalle spalle larghe, per cui alle urla di Wuhan si sostituivano i canti dai balconi, quasi un passatempo di un popolo che suole prendere tutto alla leggera, con una canzone neomelodica cantata sui tetti come panacea a ogni male: "Canta che ti passa".

LA NOIA, CHE ANGOSCIA !


Era il 13 marzo e La Repubblica titolava "Coronavirus, l'Italia sul balcone: canzoni contro la paura". Poetico, magari a ragione. Totalmente o forse solo parzialmente: la parola "paura" era ripetuta così ossessivamente che sembrava dover essere più instillata nel popolo canterino piuttosto che decodificare un dato di fatto.

Il pericolo di interruzione delle catene di approvvigionamento era ormai scongiurato, ma era stato insinuato che bisognasse provvedere alla spesa come un fatto raro e non quotidiano

Gli abusi delle forze dell'ordine che controllavano a campione i sacchetti dei malcapitati e le file chilometriche che si generavano costringevano di fatto ad adeguarsi a questo sistema: pertanto i carrelli continuavano ad essere pieni di generi di prima necessità, ma anche di bevande gassate, birra, patatine e salatini da consumare durante lunghe maratone di serie tv; era evidente che si sostituivano gli aperitivi a cielo aperto con banchetti casalinghi e non si viveva realmente lo stato di guerra che ci raccontavano le tv ora dopo ora. 

Ciò dimostrava che alla paura della fame si fosse sostituita una paura più subdola: quella della noia. Nemica assoluta di un popolo che ha perso il senso dell'otium latino: momenti di vuoto in cui ci si pone davanti al senso delle persone e degli eventi, in cui si può riflettere profondamente sullo stato delle cose e sul divenire; e soprattutto momenti in cui ci si affaccia al proprio baratro da cui affiorano domande che non ci si è mai fatti e risposte che non ci si è mai dati.

Questo bulimico consumo passivo di diversivi è stato forse ciò che ha fatto i maggiori danni durante quei due mesi: un popolo già abituato a delegare il pensiero poteva forse ancora salvarsi dal “ricondizionamento” se si fosse fermato qualche minuto in silenzio a riflettere minimamente su ciò che stava accadendo.

SIAMO TUTTI MORTALI


Invece arrivò il giorno in cui tutti i tg mostrarono quello che oggi si ricorda come "le bare di Bergamo": la colonna di camion dell'Esercito che trasportavano le salme ai forni crematori. 

E qui non solo la narrazione militaresca volutamente inaugurata con espressioni belliche come "guerra al virus", "medici in trincea" e lo stesso "confinamento" tradotto con il termine inglese più di moda "lockdown" ebbe una sua corrispondenza visiva in quelle immagini, come un logos che si manifesta e dimostra la sua esistenza, ma costrinse tutti a considerare ciò che era soltanto quasi un sentito dire: la morte, questa sconosciuta

Ho pensato fin dall’inizio che Bergamo sia stata il nostro 11 Settembre: uno shock addizionale involutivo. Nei giorni seguenti, ogni possibilità di ragionamento sembrò sparire definitivamente: divenne impossibile esternare un'obiezione o nemmeno un accenno di dubbio senza essere portati sul Golgota e crocifissi come ignoranti, egoisti e complottisti.

La fine del lockdown comunque arrivò, e con esso anche l'allentamento graduale di altre restrizioni che resero all'estate un vago accenno di una libertà ritrovata. Sembrava quasi che potesse rientrare anche quella contrapposizione che aveva visto i famigerati maledicenti dei balconi contro i corridori e i ciclisti del lockdown.

Ma niente tornò in realtà anche solo vagamente come prima: quella non fu che una prima fessura. E anzi il peggio arrivò con l'inizio della campagna vaccinale che si incuneò in quella prima frattura rendendola probabilmente insanabile.

IL SENSO DI COLPA


Fu in un confronto sull'opportunità di vaccinarsi o meno che mi arrivò come un'illuminazione il senso di ciò che era accaduto fino ad allora: si iniziò con la solita tiritera della responsabilità collettiva, dimostratasi poi totalmente pretenziosa dal momento che farsi iniettare il siero non metteva al sicuro la collettività; è stata a lungo un'arma di attacco molto utilizzata e nostro malgrado efficace nella maggior parte della popolazione perché indissolubilmente legata al tentativo di instillare un senso di colpa, sentimento molto ben radicato della nostra società.

La mia risposta in merito fu troppo ben circostanziata e il mio interlocutore capì che il senso di colpa non attecchiva sulla sottoscritta; pertanto, la mia convinzione a non vaccinarmi doveva, a suo avviso, essere scardinata in un altro modo.

La leva della discussione fu portata allora dal senso di colpa alla paura della morte. E mi fu detto: "Hai idea di quale sia la morte atroce riservata ai malati di Covid? Si muore soffocati".

Aveva sbagliato persona a cui rivolgere questa obiezione: risposi che sì, sapevo bene cosa potesse voler dire morire soffocata. Perché morta non lo ero ancora, era evidente, ma quando avevo solo 4 anni rischiai la prima volta nella mia vita di subire una tracheotomia. E nei 35 anni successivi ho provato non solo la mancanza di fiato ma anche gravi crisi respiratorie che ho dovuto imparare a riconoscere ogni volta come una possibile anticamera della morte.

Obiezione respinta. L'interlocutore non aveva più idea di cosa dirmi e desistette, sparendo definitivamente dalla mia vita. Ma quel confronto fu prezioso perché mi diede la possibilità di meditare a lungo su quanto era appena scaturito. 

Perché chi non aveva mai provato il soffocamento era terrorizzato mentre la mia personale esperienza invece che suscitarmi maggior terrore diventava un punto di forza rispetto alla fobia generale?

LA VITA OLTRE IL CORPO


La risposta arrivò in un'intuizione: questa società ha perso un valore che dovrebbe essere connaturato nell'umanità, la contemplatio mortis; con questo non si intende certo una cultura della morte, nostro malgrado ben radicata nella nostra società, ma un modus di francescana memoria: contemplatio nel senso di ritagliare uno spazio di profonda, sacra meditazione del senso spirituale della vita

Guardare in faccia all’inevitabilità dei cicli vitali e perciò anche della morte fisica, cui è destinato per natura ogni essere vivente, senza sfuggirne il pensiero ma anzi integrandolo perché ogni momento dell'esistenza sia considerato nella sua sacralità proprio in virtù dell'impermanenza che la caratterizza. 

Ciò attribuisce valore permeante all'esperienza, alla libertà, all'individuo stesso che è ognuno di noi in rapporto al mondo intorno. 

Questo aspetto contraddistingue il movimento in cui ci riconosciamo: la consapevolezza di essere, di vivere pienamente, di effettuare scelte anche scomode, ma di cui assumersi totalmente la responsabilità. 

Perché è insita in chi ha terrore della morte la paura di vivere pienamente, al punto dal delegare ogni scelta individuale nell'illusoria speranza di allontanare sempre un po' di più la fine inevitabile della vita fisica, senza avere la possibilità di vedere quale assoluto valore abbia il presente, anche nei momenti meno felici. 

È solo in virtù di quella contemplatio che si definisce il senso di tutta l'esistenza e da questo punto bisognerebbe ripartire per ricostituire una società sana, che non insegua costantemente il niente pur di non accettare il vuoto.

Louisiana Cannas
@athena_glaukopis

"La sovrastruttura crolla, il panico serpeggia. Ma le magnolie continuano a fiorire"

Foto di Lousiana Cannas Milano, piazza Duomo, tre giorni dopo l'inizio del lockdown